Rabbia, rabbia e ancora rabbia. Si sta sempre a piagnucolare della troppo segmentata musicalità che sguazza intorno, che non si scorge nulla di forte, attraente, che faccia sbattere la testa di livido piacere in qualche spuntone di vero rock, di quello catramoso che aderisce alla pelle come un guanto di paraffina. Da questo caos, come un serpente malefico, si insinua a tradimento un piccolo cult. Nome: Stake Off The Witch. Provenienza: Piacenza. Sintomi: sanguinano stoner, doom e veleno paralizzante che ipnotizza. Avvertenze: salvatevi finchè ne avete tempo!
L’ossessione è la predominante, il fasto desertico, aridamente buio è la linfa che pressurizza le sette tracce dell’album; questo è il primo disco di una band che tra le mille proposte che si palesano al nodo recensorio e con grande stupore vale molto di più di qualsiasi puntiglio statistico. E’ un forte e pulsivo “come back” alle viscere delle tenebre, a fosche colorazioni – quasi sacrificali – del patrimonio Sabbathiano, dell’Ozzy che si rotola tra le sabbie di vetro della Palm Desert dei Kyuss, QotSA, Hermano, Unida. Chitarre deflagranti su note di basso pesantissime, che calano a cesoia troncando ogni minimo spiraglio di pacificazione uditiva; la regia delle pelli è spasmodica, agguerrita, un cilicio legnoso che scortica l’intera sequenza delle takes. E poi, che dire di quella vocina acida, sulfurea che graffia urlando megafonata i suoi inni, le sue idrofobie e che della grazia femminile dalla quale viene se ne frega, anzi la raschia via come orpello inservibile? Da vera Witch, degna della colonna sonora di un film di Carpenter.
“Place Court, Flat 19” è un disco di grande carattere, uno dei pochi – rimanendo fermi al discorso emergenti – in grado di unire una certa accessibilità stoner a una forte credibilità di tenuta sonora senza l’ego smisurato del protagonismo, ma un perfetto consolidamento di base che rende l’esecuzione del lotto ottima e tremendamente efficace.
Basta ascoltare tracce come “So Hard”, piegata sotto il noise industrial che sbava di doom, la titletrack che copula con lo sludge garage, oppure farsi imprigionare tra le sciabolate alla Iommi di “1383” per carpire fino in fondo la verità sanguinolenta degli Stake Off The Witch; un grido sonico che da Piacenza scuote, incute e inietta il rock attraverso il dolore piagato dei loro strumenti di fuoco.
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